Immagine Blog Ottobre 2017

Oltre il linguaggio

[…] Gli studi di neuroimaging su persone che guardano cartoni animati o ascoltano barzellette evidenziano l’attivazione di strutture evolutivamente antiche come l’amigdala e il nucleo accumbens, tuttavia si attivano anche strutture evolutesi più di recente e di ordine superiore, tra cui ampie regioni della corteccia frontale. Quindi, anche se i primati non umani ridono, l’umorismo dell’uomo sembra coinvolgere reti cognitive più specializzate, che non troviamo nelle altre specie.

Nella nostra specie, naturalmente, la risata è innescata da una serie di stimoli sociali e accompagna una vasta gamma di emozioni, non sempre positive. Tanto per elencare qualche situazione tipica che suscita il riso, possiamo citare la gioia, l’affetto, il divertimento, l’allegria, la sorpresa, il nervosismo, la tristezza, la paura, la vergogna, l’aggressività, la vittoria, lo scherno e la schadenfreude (il piacere provocato dalla sfortuna dell’altro).

In genere, comunque, ridere ha una funzione di segnale sociale con valenza emotiva e ricorre in presenza di altri individui: questo ha spinto la psicologa Diana Szameitat e il suo team a indagare la possibile funzione adattiva della risata umana. Il loro studio, pubblicato su “Emotion”, offre la prima dimostrazione sperimentale che gli essere umani hanno una sorprendente capacità di cogliere il significato psicologico del riso attraverso le sole caratteristiche fonetiche della risata. E qualche volta, sottolineano gli autori, la risata segnala intenzioni davvero aggressive, un fatto che – da un punto di vista evolutivo – dovrebbe stimolare risposte comportamentali appropriate, o biologicamente adattative, da parte dell’ascoltatore.

Come si può immaginare, è difficile, per non dire impossibile, riprodurre autenticamente le varie emozioni in laboratorio. Così per il loro primo studio Szameitat e i suoi collegi hanno scelto l’alternativa migliore: assumere otto attori professionisti (tre uomini e cinque donne) e registrare le loro risate. Non era l’ideale, ovviamente, e i ricercatori hanno ammesso che quei “ritratti emotivi” avevano un’applicabilità limitata rispetto alle emozioni autentiche. Ma “agli attori è stato detto di concentrarsi esclusivamente sullo stato emotivo e per nulla sull’espressione esteriore della risata”. Ecco i quattro tipi base di risata richiesti agli attori, insieme alla descrizione della tipologia e ai contesti usati per facilitare l’immedesimazione del personaggio:

Risata di gioia: incontrare un caro amico che non si vedeva da tantissimo tempo.

Risata di scherno: ridere di un avversario dopo averlo battuto. Riflette l’emozione del disprezzo derisorio e serve a umiliare l’ascoltatore.

Risata schadenfreude: ridere di un’altra persona cui è accaduta una disgrazia, come scivolare sulla cacca di cane. A differenza dello scherno, la risata non vuole davvero fare del male all’altra persona.

Risata da solletico: ridere quando si viene, letteralmente e fisicamente, solleticati.

Una volta raccolte le registrazioni, 72 volontari di lingua inglese sono stati invitati nel laboratorio, hanno indossato le cuffie e hanno affrontato il compito di identificare le emozioni che c’erano dietro ciascuna risata. I partecipanti hanno ascoltato molte sequenze sonore: 429 tracce in totale, ciascuna delle quali conteneva un frammento di risata a caso di durata da 3 ai 9 secondi, in modo che ci fossero dalle 102 alle 111 risate per emozione. I risultati sono stati sorprendenti; i volontari erano riusciti a classificare correttamente le risate a seconda delle emozioni, che spesso esprimevano in modo sottile, molto al di sopra delle previsioni.

In un secondo studio la procedura era quasi identica, ma ai volontari veniva posta una serie diversa di domande, relative alla dinamica sociale. Nella fattispecie, per ciascuna traccia di risata veniva chiesto se il “mittente” (cioè colui che rideva) fosse in uno stato fisicamente eccitato o calmo, se lui o lei era dominante o sottomesso rispetto al “destinatario” (cioè il soggetto di cui rideva), in una condizione piacevole o spiacevole, e se lui o lei era amichevole o aggressivo nei confronti del destinatario. Per questo secondo studio non c’era una risposta “giusta” o “sbagliata”, perché la percezione di questi dati dipendeva da attribuzioni soggettive. Tuttavia, come previsto, ogni tipo di risata (gioia, scherno, schadenfreude, solletico) aveva un profilo unico. I partecipanti usavano quei suoni per dedurre in modo corretto informazioni sociali specifiche relative a una situazione non vista. La gioia, per esempio, richiamava giudizi di scarsa eccitazione, docilità e valenza positiva in entrambe le parti coinvolte. La risata di scherno di distingueva chiaramente: era davvero dominante, ed era l’unico suono a essere percepito dai partecipanti come diretto al destinatario con valenza negativa.

La percezione dei volontari della risata schadenfreude è stata particolarmente interessante. Era percepita come dominante, ma non tanto quanto lo scherno; i mittenti impegnati in questa risata erano giudicati in uno stato positivo, più che nello scherno ma meno che nel solletico. La risata schadenfreude non era percepita né come aggressiva né come amichevole nei confronti del destinatario, ma neutrale.

Secondo gli autori, la cui interpretazione dei dati è stata anche questa volta ispirata dalla logica evoluzionistica, “la risata schadenfreude potrebbe quindi rappresentare uno strumento preciso (e socialmente accettabile) per dominare l’ascoltatore senza, al tempo stesso, isolarlo dal gruppo”. […]

 

Estratto di un articolo di Jesse Bering Tratto da “Le Scienze” (Settembre 2012)

Le sfumature del sorriso